Rappresentazione, materia e sguardo nella collettiva della Galleria Anna Marra a Roma
Introduzione
Ci sono mostre che non chiedono soltanto di essere viste, ma di essere attraversate. Venus Noire, alla Galleria Anna Marra di Roma (fino al 14 febbraio 2026, a cura di Alessandro Romanini), costruisce un racconto collettivo che parte da una figura-soglia: Joséphine Baker. Non come icona da celebrare, ma come “punto di rottura” dell’immaginario del Novecento, capace di mettere in crisi il modo in cui il corpo femminile nero è stato costruito, consumato, rappresentato.
La mostra lavora su una domanda che, per PhotoShootings, è centrale: chi guarda chi? E in quali condizioni? Perché ogni immagine è sempre una relazione — tra soggetto, autore, contesto e osservatore.
1. Il tema: l’immagine come campo di tensione
In Venus Noire la riflessione postcoloniale non si traduce in un messaggio univoco, ma in una serie di strategie visive: scelte di materia, composizione, messa in scena e iconografia che interrogano il modo in cui il corpo, la storia e l’identità diventano immagine.
Il percorso non procede per “stili”, ma per densità. E la densità qui è anche fisica: superfici bruciate, terracotte, fotografie con fondali essenziali, pitture che sembrano ossidarsi. Il linguaggio visivo non addolcisce: insiste, stratifica, chiede tempo.
2. Alexandra Karakashian: il nero come evento materico
La pittura di Alexandra Karakashian introduce una dimensione quasi organica del colore. In Toward the sun, il nero non è un tono “scuro” tra altri: è una sostanza che si comporta come un corpo estraneo, un elemento che attraversa la trama e la modifica.
L’uso dell’olio motore esausto porta nell’immagine un doppio effetto:
- visivo, perché genera campiture non omogenee, vibrazioni, macchie che non si stabilizzano
- simbolico, perché lega la materia del quadro a un’idea di consumo, di residuo, di storia che resta sulla superficie
Qui il colore non descrive. Accade.
3. Laetitia Ky: fotografia come affermazione compositiva
Le fotografie di Laetitia Ky lavorano su un equilibrio preciso tra presenza e costruzione. Il corpo è al centro, ma non come oggetto: come architettura. L’elemento più potente è il dispositivo dei capelli, trasformati in forma scultorea, gesto grafico, estensione narrativa.
Dal punto di vista fotografico, il lavoro è estremamente consapevole:
- fondali monocromi che riducono il rumore visivo
- separazione netta tra soggetto e sfondo
- linee e volumi costruiti dai capelli come “terza dimensione” percettiva
- sguardo in camera come patto con l’osservatore
Il risultato è un’immagine che non chiede approvazione: chiede presenza. Lo sguardo non scivola via.
4. Aida Muluneh: geometria, colore, identità
Con Aida Muluneh la mostra entra in un campo più dichiaratamente strutturato: l’immagine diventa teatro, composizione neoplastica, sistema cromatico. Le sue fotografie lavorano su piani molteplici e su un uso metodico del colore — in particolare una triade cromatica che richiama l’identità etiopica (verde, giallo, rosso) non come bandiera ma come architettura visiva.
In opere come The Sacred Memory of the Divine – The Distant Gaze, la posa è costruita come un segno:
- busto di tre quarti e volto frontale per generare tensione tra movimento e fissità
- braccia incrociate come struttura triangolare che blocca e concentra lo sguardo
- oggetti e decorazioni come indizi iconografici, non decorazioni
Muluneh dimostra una cosa fondamentale: la rappresentazione non è solo ciò che mostri, ma come lo costruisci.
5. Khadija Jayi: la superficie bruciata come memoria
Le opere di Khadija Jayi riportano la riflessione sul piano materico. The relics of the earth 020 è una superficie che porta su di sé una storia di trasformazione: carta strappata, ricomposta, incisa, bruciata, resa quasi ferro.
Il fuoco qui non è effetto: è linguaggio. Produce:
- texture profonde
- ombre reali, non simulate
- una stratificazione che costringe lo sguardo a muoversi lentamente
È un lavoro che parla di resilienza senza retorica, perché la resilienza è già nella materia: nel gesto che ricompone.
6. Seyni Awa Camara: terracotta e immaginario ancestrale
Le sculture in terracotta di Seyni Awa Camara introducono un repertorio figurativo legato alla tradizione, ma spostato nel contemporaneo attraverso una presenza fortemente plastica e perturbante. I volti incisi, i corpi composti, le proporzioni non “realistiche” attivano un immaginario magico-simbolico in cui la figura non è ritratto, ma archetipo.
Il colore ferruginoso della terracotta avvicina l’opera alla terra, alla sedimentazione, alla materia primaria. È una scultura che si vede con gli occhi ma si percepisce anche come peso e temperatura.
7. Una mostra “opulenta” per densità, non per decorazione
La collettiva funziona perché mantiene coerenza pur attraversando media diversi. Il filo comune non è un’estetica uniforme, ma una costante: la volontà di costruire immagini che resistono alla semplificazione.
Qui la bellezza non è levigata. È complessa, stratificata, a tratti dura. E proprio per questo è efficace: perché non ti lascia nella posizione comoda di spettatore neutro.
Industry: perché Venus Noire è rilevante per PhotoShootings
Venus Noire è un caso interessante per PhotoShootings perché mette in evidenza come la rappresentazione sia sempre un fatto tecnico oltre che culturale: si costruisce con scelte di:
- composizione
- sfondo
- colore
- materia
- rapporto tra soggetto e sguardo
E, soprattutto, mostra come l’immagine contemporanea possa lavorare su temi complessi senza rinunciare alla precisione del linguaggio visivo.
Conclusione
Alla Galleria Anna Marra, Venus Noire propone un percorso in cui il corpo diventa architettura, la materia diventa memoria e l’immagine diventa luogo di confronto. Non c’è un solo modo di “rappresentare” — ci sono scelte, dispositivi, intenzioni. E la mostra funziona quando queste scelte restano visibili, leggibili, discutibili.
È un invito a guardare più a lungo. E a capire che, spesso, ciò che chiamiamo “tema” è anche — e soprattutto — forma.


















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