Ospitare nella propria intimità: gli scatti di Erika Pellicci a Pistoia

Il linguaggio fotografico di Erika Pellicci tra spazio domestico e relazione visiva

Introduzione

«Oggi sei mio ospite. Ospite nella mia intimità».
Con questa frase Erika Pellicci introduce il visitatore alla sua mostra personale mi piacerebbe rimanere qui un po’ più a lungo, ospitata dalla Galleria ME Vannucci di Pistoia fino al 16 febbraio 2026. Una dichiarazione semplice solo in apparenza, che chiarisce immediatamente la natura del lavoro: non un invito alla contemplazione distaccata, ma una chiamata alla presenza, un patto implicito tra chi guarda e chi si espone.

Nel lavoro di Pellicci, l’intimità non è mai esibizione né confessione. È piuttosto uno spazio relazionale, costruito attraverso la fotografia come pratica quotidiana, continua, sedimentata nel tempo.

1. Intimità come dispositivo visivo

La mostra si fonda su un’idea di intimità che non coincide con il segreto o con il proibito. Non c’è nulla di rubato nelle immagini di Pellicci. Al contrario, tutto sembra consapevolmente offerto, come se la fotografia fosse lo strumento attraverso cui l’artista stabilisce le condizioni dell’incontro.

L’intimità diventa così un dispositivo visivo: non ciò che viene nascosto, ma ciò che viene condiviso secondo regole precise, fondate sul rispetto e sulla reciprocità dello sguardo.

2. La fotografia come spazio abitato

Le immagini esposte — tratte da un archivio che attraversa circa dieci anni di lavoro — raccontano luoghi abitati, relazioni sentimentali, frammenti di quotidianità e il corpo dell’artista stessa. La fotografia, in questo contesto, non documenta un evento, ma registra una presenza.

Ogni immagine appare come una stanza: uno spazio che conserva temperatura, odore, luce. La dimensione domestica non è scenografia, ma condizione esistenziale dello sguardo.


3. Essere ospiti, non voyeur

L’allestimento gioca consapevolmente con l’idea di voyeurismo per poi negarla. Tre grandi bandiere leggere, mosse dal minimo passaggio d’aria, suggeriscono inizialmente una separazione, una soglia. Ma questa distanza viene immediatamente annullata dalla presenza delle fotografie, che non si lasciano spiare, bensì si dichiarano apertamente.

Pellicci non chiede di guardare di nascosto, ma di restare, di accettare la responsabilità di uno sguardo coinvolto.

4. Un archivio dell’intimità come pratica

L’archivio fotografico di Pellicci non è organizzato secondo una logica narrativa lineare. È piuttosto una costellazione di gesti, in cui gioco e cibo, natura e ambienti domestici, sensualità e corpo convivono senza gerarchie.

La fotografia diventa una pratica di attenzione continua, una forma di scrittura visiva che registra ciò che normalmente sfugge: i momenti sospesi, i silenzi, i vuoti.

5. Corpo, relazione, quotidianità

Il corpo, nelle immagini di Pellicci, non è mai oggetto né simbolo. È presenza viva, esposta senza enfasi. Allo stesso modo, le relazioni sentimentali non sono raccontate come eventi, ma come stati: vicinanza, distanza, attesa.

Questa scelta produce un linguaggio fotografico che rinuncia alla spettacolarizzazione per costruire una intimità condivisa, in cui anche l’osservatore diventa parte del processo.

6. La dimensione sensoriale dell’immagine

Uno degli aspetti più rilevanti del lavoro è la sua capacità di attivare una percezione sensoriale ampia. Le fotografie non parlano solo alla vista: evocano suoni, odori, temperature. La stanza diventa quasi tangibile.

In questo senso, l’immagine fotografica non è superficie bidimensionale, ma ambiente percettivo, luogo in cui sostare.

7. Fotografia e tempo lungo

Il lavoro di Pellicci si sviluppa nel tempo, senza la necessità di una conclusione definitiva. Le immagini dialogano tra loro perché condividono una stessa durata, una stessa lentezza. Il tempo lungo diventa elemento strutturale del linguaggio fotografico.

Non c’è urgenza narrativa, ma permanenza.

8. Un patto di riservatezza

Attraverso la fotografia, Pellicci sembra stipulare un patto con chi guarda: un accordo di riservatezza e fiducia. Nulla viene imposto, nulla viene spiegato. L’immagine chiede solo di essere abitata, con delicatezza.

È un’intimità che non pretende, ma accoglie.

9. Industry: perché questo lavoro conta

Nel panorama della fotografia contemporanea, il lavoro di Erika Pellicci si colloca in una linea di ricerca che interroga il ruolo dell’immagine come spazio relazionale, non come prodotto. La mostra alla Galleria ME Vannucci conferma una pratica coerente, capace di dialogare con i temi centrali dell’immagine contemporanea: corpo, relazione, quotidianità, sguardo.

Per PhotoShootings, questo lavoro è rilevante perché mette in discussione le modalità stesse del fotografare, riportando l’attenzione sul processo, sulla presenza e sulla responsabilità dello sguardo.

Conclusione

mi piacerebbe rimanere qui un po’ più a lungo non è solo il titolo di una mostra, ma una dichiarazione di metodo. Le fotografie di Erika Pellicci costruiscono un luogo in cui l’intimità non è possesso, ma condivisione consapevole.

Essere ospiti, in questo contesto, significa accettare di rallentare, di restare, di guardare senza invadere. Un gesto semplice, ma radicale, che restituisce alla fotografia la sua capacità di creare relazione.