Leonor Fini e il segno come origine dell’immagine

Grafica, scena e costruzione visiva nella mostra di Villa Bassi Rathgeb

Introduzione

Prima dell’immagine definitiva, prima della scena, prima ancora della fotografia, esiste il segno. È da questa soglia che prende forma la mostra Leonor Fini e la Collezione Grafica Bassi Rathgeb. Segni e invenzioni dal Rinascimento al Novecento, ospitata fino al 15 marzo al Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme.

L’esposizione non si limita a presentare un corpus di opere grafiche, ma costruisce un dispositivo di lettura che mette in dialogo il disegno come pratica fondativa dell’immagine, attraversando secoli, linguaggi e funzioni: dall’incisione rinascimentale alla grafica moderna, fino al lavoro di Leonor Fini, figura chiave nella costruzione dell’immaginario del Novecento.

1. Il disegno come struttura visiva

Il percorso espositivo si apre negli spazi ipogei del museo, dove la collezione grafica storica restituisce una panoramica ampia sulla pratica del disegno e dell’incisione tra Rinascimento, Settecento e Ottocento. Qui il segno non è ancora stile, ma strumento di organizzazione dello sguardo: linea, incisione, tratto come dispositivi per pensare la forma.

In questa prima sezione emerge con chiarezza un aspetto centrale per la cultura visiva contemporanea: il disegno come matrice di tutti i linguaggi dell’immagine, inclusa la fotografia.

2. Leonor Fini: il segno come invenzione identitaria

Il percorso si conclude nelle sale affrescate del piano nobile, interamente dedicate alle 24 opere grafiche di Leonor Fini, affiancate dal bozzetto di scena originale per Orfeo e da una selezione di fotografie che documentano la sua attività di scenografa e costumista.

Qui il segno cambia funzione: non è più solo strumento progettuale, ma atto identitario. Il disegno di Fini costruisce mondi, figure, maschere, corpi ambigui e potenti, anticipando molte delle riflessioni contemporanee sul ruolo dell’immagine nella costruzione del sé.

3. Tra grafica e scena: l’immagine come spazio

La presenza di materiali legati alla scenografia e al teatro introduce un elemento fondamentale: l’immagine non è mai bidimensionale. Anche quando nasce su carta, il segno di Fini è pensato per abitare uno spazio, per diventare corpo, gesto, presenza.

Questo passaggio è particolarmente rilevante per chi lavora oggi con fotografia e produzione visiva: il disegno come fase originaria di una messa in scena, di una costruzione dell’immagine che non si esaurisce nel supporto.

4. Disegno, fotografia, immaginario

La mostra suggerisce una lettura trasversale: la grafica non come linguaggio “minore”, ma come archivio di soluzioni visive. Il tratto, la linea, la composizione grafica sono strumenti che attraversano il tempo e arrivano fino alla fotografia contemporanea.

Nel lavoro di Fini, il segno anticipa l’immagine fotografica non perché la imiti, ma perché ne condivide la funzione primaria: dare forma a un immaginario.

5. Collezione e continuità storica

Il dialogo tra la collezione storica del museo e le opere di Fini non è puramente cronologico. È un confronto tra modi diversi di intendere il segno come strumento di conoscenza. Dal disegno accademico all’invenzione grafica novecentesca, emerge una continuità che rende leggibile il presente attraverso il passato.

Industry: perché questa mostra è rilevante per PhotoShootings

Per PhotoShootings, questa mostra ha senso perché riporta l’attenzione su una questione centrale: ogni immagine nasce da una decisione sul segno. Che si tratti di grafica, fotografia o scenografia, la costruzione visiva passa sempre da una fase progettuale in cui il segno organizza lo spazio, il corpo, la narrazione.

Leonor Fini rappresenta un caso emblematico di come il disegno possa diventare strumento di libertà visiva e invenzione identitaria.

Conclusione

Leonor Fini e la Collezione Grafica Bassi Rathgeb non è solo una mostra storica, ma un’occasione per riflettere sul ruolo del segno come origine dell’immagine. Un percorso che attraversa secoli e linguaggi, restituendo al disegno la sua funzione primaria: pensare il visibile prima che diventi immagine definitiva.